
Gary Hamel, in un suo intervento recente, allo Spigit Customer Summit, ci ha offerto uno schema per definire le competenze dell’Economia Creativa; e Hutch Carpenter ci riporta riflessioni molto interessanti (in Inglese).
Gary distingue tre periodi di evoluzione dell’economia:
- Economia Industriale basata su capitale fisico: possiamo dire braccia e macchinari;
- Economia delle Informazioni, basata proprio sulle informazioni e sulle capacità di trattarle in grandi quantità: capacità di calcolo
- Economia creativa basata sulle idee: creatività e capacità di essere innovativi.
E fa considerazioni sulle competenze:
- Le competenze che erano indispensabili nei periodi dell’economia industriale e delle Informazioni erano “obbedienza”, “diligenza”, “intelligenza”.
- Queste sono largamente disponibili;
- Queste non rappresentano elementi di vantaggio competitivo per le organizzazioni, per quanto sempre necessarie. Sono diventate commodities.
Infatti le competenze che regalano vantaggio competitivo alle organizzazioni sono altre, quelle sopra la linea nel grafico verde.
- Iniziativa;
- Passione;
- Creatività.
Queste competenze non si sviluppano a comando, come è evidente.
A tutti noi è chiara l’importanza, ed insieme la fragilità, di queste competenze, oggi, e, mi sento di dire anche nel passato (economia industriale e delle informazioni).
Tutti abbiamo chiaro quale differenza esercitano “passione”, “iniziativa” e “creatività” nei contributi di un operaio o di un impiegato. Anche in passato, “obbedienza”, “diligenza” e “intelligenza” non erano sufficienti.
Oggi la misura di questo fenomeno è infinitamente accentuata, nel contesto di costante cambiamento in cui le nostre organizzazioni lavorano e cambiano se stesse.
Siamo d’accordo sull’importanza di queste compenze; mi sembra persino ovvio. Ora vorrei spostare la nostra attenzione sulla loro fragilità, e aprire il ragionamento alla riflessione centrale che voglio proporvi.
“Passione”, “iniziativa” e “creatività”, non sono competenze presenti nelle persone al lavoro nelle organizzazioni in modo stabile. Queste possono esserci e poi venir meno, oppure, con maggiore ottimismo, possono mancare e svilupparsi.
Mi spingo anche nel dire che la mancanza di queste può far evaporare anche le prime tre: “intelligenza”, “diligenza” e “obbedienza”.
Limitiamoci ora alle competenze dell”Economia Creativa”, consapevoli dell’impatto che hanno sulle altre. Osserviamo che, (esempio), uno sviluppatore (di software), molto appassionato e creativo può perdere ogni iniziativa, creatività e passione, in certe condizioni. Può addirittura scegliere di “spegnere” la propria intelligenza, e qualche volta anche la propria obbedienza.
Queste competenze, quindi appartengono in ugual misura al singolo, che ne è sicuramente responsabile, ma anche all’organizzazione di cui fa parte.
Possiamo dire, che le competenze dell’economia creativa sono collettive, più che individuali.
Sicuramente il nostro sviluppatore ha la responsabilità di essere ricco di creatività, iniziativa e passione, ma questa responsabilità è anche di altri, per esempio di chi disegna il e vive nel contesto organizzativo.
Allora, come rispondiamo alla nostra domanda? Come facciamo a sviluppare “creatività”, “iniziativa” e “passione” all’interno delle nostre organizzazioni?
Leggete “Management dal futuro … già iniziato” per alcune idee sul management che realizza passione, creatività e iniziativa.
Ma non può bastare.
Quali sono le vostre idee? Le aspettiamo nei commenti.
Infine trovate qua un’altro approfondimento sull’Economia Creativa da BusinessWeek.


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Interessantissimo post (come anche gli altri, direi!).
Aggiungerei che la condizione di "collettività" di queste competenze dovrebbe essere intesa anche come "collettività della conoscenza". Iniziativa, passione e creatività si sviluppano, a mio avviso, anche grazie alle risorse (in termini di "possibilità" ed "opportunità") offerte dallo scambio e dal confronto con altre realtà, non necessariamente interne all'organizzazione.
Cosa ne pensi? è lontano dalla realtà?
Ciao Germana, grazie della visita e del contributo
Le organizzazioni che hanno in piedi processi che favoriscono la diffusione e lo scambio, ed una conoscenza/intelligenza collettiva, sono organizzazioni in cui le persone sono motivate e sviluppano passione, iniziativa e creatività.
I confini tra l'interno e l'esterno delle organizzazioni, poi, vanno diventando sempre meno netti. Molti gruppi di lavoro si formano per specifici progetti, e poi si ricompongono diversamente per altri progetti. Le persone appartengono a diverse organizzazioni formali, ma compongono gruppi appassionati e brillanti che realizzano obiettivi significativi. (Molti sviluppatori di software appartengono a organizzazioni diverse, di consulenza, rispetto a quelle per cui di fatto, lavorano).
Quindi in un senso sono d'accordo con te che il confronto con altre realtà è positivo, ma in questo esempio, in effetti la realtà organizzativa è la stessa.
ll confronto con realtà esterne, stabilmente "terze", offre molte altre opportunità.
Per esempio le organizzazioni costruiscono sempre più spesso ambienti di condivisione con le community dei clienti, e accolgono questi clienti in processi centrali come il customer service. Un altro processo, forse più vicino alla tua idea, è l'innovazione di prodotto, in cui i clienti, "esterni" sono coinvolti nello sviluppo di idee centrali, per il business che li include.
Queste vicende sicuramente creano energia intorno alle attività organizzative, dentro e fuori.
Le modalità con cui queste dinamiche stanno accadendo si stanno evolvendo continuamente di fronte ai nostri occhi, per cui continuiamo ad imparare.
Ho capito quello che intendevi dire?