
- Image by JRandomF via Flickr
“Crescita, volatilità, innovazione e scarsa maturità caratterizzano la attuale situazione del mercato del social software”.
Questo ci dice Gartner in un interessante articolo sul mercato del Sofware Enterprise 2.0, appunto.
Quale è un modo costruttivo di parlare dell’introduzione di Social Software nelle organizzazioni?
In effetti c’è grande movimento tra le aziende del software che presentano proposte – Enterprise 2.0 – per favorire la collaborazione nelle organizzazioni. Molte sono apprezzabili, altre meno.
Spesso, le proposte consistono, puramente e semplicemente, in piattaforme software di collaborazione.
Con alcune importanti eccezioni, (Jive per esempio), le proposte mancano di una capacità di affrontare il tema molto complesso, della cultura della collaborazione all’interno di un’organizzazione, e le modalità/possibilità di svilupparla in direzioni che servono gli scopi organizzativi.
Tre semplici domande:
- una certa organizzazione ha i requisiti per evolvere la propria cultura della collaborazione in modi compatibili con l’utilizzo di Piattaforme di Social Software?
- quali opportunità di miglioramento della capacità organizzativa in termini di realizzazione di risultati si possono realizzare?
- se esistono i requisiti, quale processo conduce all’evoluzione della cultura della collaborazione in modi e misure adeguati da giustificare l’introduzione di social software?
Il rischio è che proposte commercialmente aggressive e slegate dalla specifica realtà aziendale vengano spinte in logica push ad aziende che comprano supporti che non hanno ben compreso.
Il fenomeno del Social Software (Enterprise 2.0), oltre che essere molto attuale, ha molti risvolti importanti perchè sta contribuendo ad attivare una riflessione sulla cultura organizzativa e la collaborazione nel business, sia all’interno della stessa Organizzazione che tra Organizzazioni differenti.
Resta il fatto che dovremmo tenere conto che il software è niente più che uno strumento che supporta o accelera la collaborazione, ma all’interno di contesti in cui deve prevalere la consapevolezza e l’attenzione alle proprie esigenze organizzative.
Quindi sono necessarie alcune fasi:
- Assessment (analisi e valutazione) della situazione organizzativa negli aspetti umani, culturali, strategici, organizzativi e tecnologici;
- Valutazione delle opportunità/possibilità (Ci serve o non ci serve? Abbiamo le caratteristiche, o perdiamo tempo e denaro?)
- Piano di cambiamento culturale, funzionale all’introduzione di modalità di collaborazione che incrementano la capacità organizzativa;
- Progettazione di processi organizzativi efficaci, e scelta della combinazione di soluzioni tecnologiche che favoriscono la collaborazione.
- Il processo deve raccogliere e combinare punti di vista e prospettive molteplici provenienti dai diversi “mondi” che convivono all’interno dell’ organizzazione.
In questo modo le esigenze di chi vuole la “collaborazione spinta” sono armonizzate con quelle, spesso differenti, di chi si preoccupa della sicurezza, riservatezza e gestione dei rischi.
Le esigenze del management e quelle dei collaboratori/utilizzatori convergono verso scelte sostenibili che trovano applicazione concreta.
In conclusione porrei una domanda che, a quanto pare, resta sempre attuale:
Le organizzazioni hanno bisogno di prodotti preconfezionati (forse inutili o addirittura fonte di complicazioni) o hanno bisogno di conoscere le proprie esigenze, e partire da là?
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E' probabile che , a fronte di costi eccessivi o di scarsità di risorse interne o , altresì di tempi "corti", alcune organizzazioni abbiano bisogno..in estrema ratio, di ricorrere al prodotto preconfezionato.. ma è ridondante affermare che senz'altro il punto di forza di un'organizzazione sta nella capacità di sviluppo dall'interno.. e per questo il putno di partenza sta nella conoscenza delle proprie "condizioni iniziali" grazie Mario per l'interessante post. Aggiungo che da una recente esperienza a Barcellona, mi sono resa conto di quanto ancora certe realtà aziendali facciano fatica a maturare quel salto quantico che porti non alla "collaborazione" ( che in molti modi e forme si esprime) , quanto alla integrazione tra questa metodologia e la strumentazione del SS.. un connubio a mio avviso vincente che si basa su una leadership assai lungimirante.
E' probabile che , a fronte di costi eccessivi o di scarsità di risorse interne o , altresì di tempi "corti", alcune organizzazioni abbiano bisogno..in estrema ratio, di ricorrere al prodotto preconfezionato.. ma è ridondante affermare che senz'altro il punto di forza di un'organizzazione sta nella capacità di sviluppo dall'interno.. e per questo il putno di partenza sta nella conoscenza delle proprie "condizioni iniziali"
grazie Mario per l'interessante post.
Aggiungo che da una recente esperienza a Barcellona, mi sono resa conto di quanto ancora certe realtà aziendali facciano fatica a maturare quel salto quantico che porti non alla "collaborazione" ( che in molti modi e forme si esprime) , quanto alla integrazione tra questa metodologia e la strumentazione del SS.. un connubio a mio avviso vincente che si basa su una leadership assai lungimirante.
La mia esperienza nell'Enterprise 2.0 mi porta a dire che tutto sommato i prodotti servono a molto poco senza il supporto e la partecipazione delle persone. Credo sia di primaria importanza per l'azienda conoscere le proprie esigenze e definire degli obiettivi chiari, al fine di evitare che si creino aspettative che molto probabilmente andranno deluse. In poche parole "prima di partire con progetti E2.0, è importante che le imprese imparino a contare fino a 2.0".
La mia esperienza nell'Enterprise 2.0 mi porta a dire che tutto sommato i prodotti servono a molto poco senza il supporto e la partecipazione delle persone.
Credo sia di primaria importanza per l'azienda conoscere le proprie esigenze e definire degli obiettivi chiari, al fine di evitare che si creino aspettative che molto probabilmente andranno deluse.
In poche parole "prima di partire con progetti E2.0, è importante che le imprese imparino a contare fino a 2.0".
Ciao Mario, concordo pienamente sulla centralità delle persone e dell'organizzazione e delle loro effettive esigenze. La tecnologia tutt'al più abilita e offre nuove opportunità. Mi hai fatto tornare in mente l'articolo dell'economist che citavo nel mio blog: facebook non sta che confermando le teorie della capacità umana di gestione dei gruppi; la media dei contatti è sulle 120 persone e la media delle relazioni attive sulla decina, confermando allora che il primo dei vincoli ovvero il parametro di riferimento è dentro le nostre teste e dentro le nostre relazioni. Grazie per lo stimolo.
Ciao Mario, concordo pienamente sulla centralità delle persone e dell'organizzazione e delle loro effettive esigenze. La tecnologia tutt'al più abilita e offre nuove opportunità. Mi hai fatto tornare in mente l'articolo dell'economist che citavo nel mio blog: facebook non sta che confermando le teorie della capacità umana di gestione dei gruppi; la media dei contatti è sulle 120 persone e la media delle relazioni attive sulla decina, confermando allora che il primo dei vincoli ovvero il parametro di riferimento è dentro le nostre teste e dentro le nostre relazioni.
Grazie per lo stimolo.
Siamo infatti tutti d'accordo sul fatto che il software è uno strumento utile a degli scopi. Due giorni fa ho seguito a Milano l'Enterprise 2.0 International Forum. E' emersa ancora, forte, questa consapevolezza. Ma non sono emerse, se non nel racconto di un caso sviluppato in Adidas, modalità chiare con cui intervenire per agevolare un'evoluzione della cultura e della mentalità nel senso di maggiore collaborazione e condivisione. Luca, quanto ai dati che citi, sono d'accordo con te sulla possibilità di gestire relazioni profonde solo con un numero limitato di persone. D'altro canto è possibile, nella pratica, coinvolgere numeri molto alti di persone su attività e progetti specifici: per esempio molti (molto pù di una decina) possono condividere input creativi su un progetto di sviluppo di prodotto. Grazie a voi.
Siamo infatti tutti d'accordo sul fatto che il software è uno strumento utile a degli scopi.
Due giorni fa ho seguito a Milano l'Enterprise 2.0 International Forum. E' emersa ancora, forte, questa consapevolezza. Ma non sono emerse, se non nel racconto di un caso sviluppato in Adidas, modalità chiare con cui intervenire per agevolare un'evoluzione della cultura e della mentalità nel senso di maggiore collaborazione e condivisione.
Luca, quanto ai dati che citi, sono d'accordo con te sulla possibilità di gestire relazioni profonde solo con un numero limitato di persone.
D'altro canto è possibile, nella pratica, coinvolgere numeri molto alti di persone su attività e progetti specifici: per esempio molti (molto pù di una decina) possono condividere input creativi su un progetto di sviluppo di prodotto.
Grazie a voi.