Qual’è il modo più frequente di affrontare questo tema nelle aziende familiari?
Vediamo che nascono resistenze e conflitti perchè l’assetto mentale prevalente non è corretto: e si vede nei termini che si usano prevalentemente.
L’esistenza di due o più generazioni in azienda è un argomento sempre attuale, tutti ne parlano. In effetti, nelle Piccole e Medie Imprese, troviamo quasi sempre almeno due generazioni in azione.
Tra le tante questioni voglio fermarmi sui termini che si usano di più perché danno un’idea di come si ragiona di solito.
Comunemente, con la definizione “Passaggio Generazionale” in un organizzazione, si intende la fase, in cui i padri lasciano ai figli; la generazione matura lascia ai giovani.
Il termine “passaggio” sottolinea in modo forte il fatto che la generazione matura passa la mano; evidenzia che qualcuno è ormai troppo vecchio per supportare l’azienda, o non ha idee o energie creative sufficienti. Vi assicuro che chi deve passare ha facilmente sentimenti di questo tipo, quando si parla di passaggio.
E si parla sempre di passaggio! Ho visto libri sull’argomento intitolati in modo ancora più cupo … “La successione generazionale” … con un richiamo ad una situazione giuridica che tratta proprio il caso più triste. Incredibile, se la scelta non fosse così maldestra sarebbe anche comica.
Ora valutiamo questo fatto. Credete che gli uomini/donne della generazione più matura hanno molta intenzione di lasciare la loro passione più grande? Di abbandonare la fonte principale delle loro emozioni e soddisfazioni? Di lasciare la loro creazione che li fa sentire giustamente vivissimi, orgogliosi e li gratifica in modo forte e travolgente? Di accettare il declino? Credete che vogliano dare luogo alla “successione generazionale”?
Non ne hanno intenzione.
Quindi, se usiamo il termine passaggio generazionale stiamo dicendo a degli imprenditori entusiasti, spesso molto “giovani”, a prescindere dall’età anagrafica, di farsi da parte, che non sono più tanto utili, che qualcuno è più bravo di loro.
Il termine passaggio porta a valutare la questione in termini di “o me o te”, “uno c’è e l’altro non c’è”. Se diciamo passaggio, portiamo chi dovrebbe lasciare, ad una naturale reazione difensiva: “io non passo proprio niente”.
Queste parole lasciano intendere qual’è l’atteggiamento; questo toglie serenità e spegne sul nascere lo svolgimento di una conversazione serena, efficace e produttiva tra le generazioni al lavoro e tra queste ed i loro collaboratori.
Ed invece si parla sempre di “Passaggio Generazionale”! Vi sembra strano che qualcuno degli esponenti della generazione matura si ribelli, o lo viva con animosità??
Vi propongo un modello nuovo e diverso per osservare il fenomeno.
Il modello si basa sul concetto di azione di un gruppo di persone che collabora in modo armonioso verso scopi comuni: “Team Generazionale”. Non c’è qualcuno che va via e qualcuno che arriva, ma un gruppo eterogeneo di persone che insieme comunicano, lavorano, e scelgono strategie aziendali efficaci per il futuro successo dell’organizzazione e delle persone. Queste persone appartengono a diverse generazioni. La diversità e la varietà di prospettive, di provenienza, di età, di generazione, se vissute e gestite con consapevolezza sono una grande ricchezza. Poi, alla fine, il passaggio ci sarà … ma non forziamo nessuno a passare.
