Enterprise 2.0 and Change

by Mario Gastaldi on 9 March 2009

Enterprise 2.0

Photo Credit: Larsz

Leggo un interessante articolo di McKinsey, relativo all’introduzione di modelli Enterprise 2.0 nelle organizzazioni. Anche McKinsey sostiene che questi modelli migliorano la collaborazione, aumentano il potenziale operativo e strategico, attraverso la valorizzazione del patrimonio di conoscenze già esistente nell’organizzazione, e in ultimo slanciano fortemente la capacità competitiva del business.

L’articolo in particolare propone sei modi per far funzionare l’introduzione di tecnologie di collaborazione sociali nelle organizzazioni.

E’ importante il fatto che questi messaggi di buon senso sono applicabili sia per progetti di introduzione di tecnologie 2.0, che per tutti i cambiamenti organizzativi.

McKinsey, tra l’altro cita Clay Shirky, professore alla New York University, che descrive il potenziale umano inutilizzato come un immenso “surplus cognitivo” che potrebbe essere pienamente espresso proprio grazie a strumenti partecipativi di collaborazione.
Spesso, descrivendo Appreciative Inquiry e altri simili approcci al cambiamento, ho parlato della “saggezza che è già presente nel sistema”.
A questo proposito voglio aggiungere, che questa saggezza non riguarda il sapere cognitivo puro e semplice, ma è, di più, una saggezza collettiva, relativa alla capacità di comunicare ed agire efficacemente insieme, che moltiplica, direi meglio, il potenziale cognitivo ed operativo: c’è maggiore capacità di fare risultati.

Leggete l’articolo (in Inglese) per conoscere i dettagli delle sei proposte di McKinsey.
Vi anticipo alcune mie riflessioni.

Si dice spesso che l’introduzione di tecnologie collaborative, 2.0, avviene con modalità bottom up, (dal basso). Ma aggiunge McKinsey, ed io sono assolutamente in sintonia, che questo processo dal basso deve essere temperato da una forte presenza del management.
In realtà il processo ha luogo incoraggiando il contributo ampio e creativo “dal basso”, nell’ambito di una “conversazione” con il management (la parte “alta” dell’organizzazione).
Una terza via, l’avevo chiamata qualche tempo fa.

Un’altra riflessione che ci propone McKinsey, ovvia, ma solida, è che la definizione dei migliori utilizzi delle tecnologie viene dagli utilizzatori.
Non riesco a stupirmi troppo per questa idea. In tutti i cambiamenti organizzativi è necessario raccogliere idee da tutti i settori e livelli gerarchici delle organizzazioni. Sappiamo anche quanti sforzi di cambiamento sono falliti per via del fatto che le soluzioni organizzative introdotte erano completamente slegate dalla realtà degli operatori.

Mi sembra più interessante un’altra proposta che condivido largamente.
McKinsey ci suggerisce di motivare con il riconoscimento, magari pubblico, piuttosto che legando l’utilizzo di tecnologie 2.0 a standard di performance e a premi monetari.
Qui aprirei un discorso importante su quanto il denaro è motivante (abbastanza poco, e comunque non da solo), e quanto è molto più motivante la costruzione di un clima organizzativo che ispira creatività e produttività.
Gli esempi riportati parlano di tentativi (fallimentari) di introdurre obiettivi, e incentivi, espressi in termini di numero di interventi su un wiki aziendale; pare che gli interventi, (numerosi), fossero scadenti nella qualità.
E parla di altri tentativi di successo in cui i contributi venivano valutati per la loro qualità, e il supporto che davano al progresso del progetto; e il riconoscimento veniva dato pubblicamente.
Questi ultimi hanno dato risultati migliori.

In tutte le espressioni del dibattito intorno all’introduzione dell’Enterprise 2.0, esiste un forte consenso rispetto all’idea che l’introduzione delle tecnologie sociali, per sviluppare la capacità del business, sia una questione di nuovo paradigma del funzionamento del business stesso; le tecnologie in se sarebbero la parte più semplice.

Senza dubbio le trasformazioni organizzative richiedono forti capacità progettuali di change management e, in particolare,  capacità di conduzione del progetto di cambiamento in modo tale da assicurarne l’implementazione, cioè assicurando la raccolta di contributi degli utilizzatori operativi nel quotidiano.

Nel caso delle tecnologie 2.0, questa conclusione è ancora più vera. Il nuovo paradigma si basa sull’introduzione di elementi di autoorganizzazione delle attività quotidiane, almeno per le questioni meno strategiche.

Diventa quindi ancora più necessario acquisire forte consapevolezza del reale funzionamento delle organizzazioni come sistemi umani.

Una buona notizia è che il dibattito rispetto all’introduzione di modelli Enterprise 2.0 (tecnologie sociali nel business) contribuisce a sviluppare consapevolezza e competenza rispetto a come si devono attivare gli sforzi di cambiamento organizzativo.

E voi cosa ne pensate?

In quale misura deve essere incoraggiato il contributo “dal basso”?

Quali sono i rischi nell’introduzione del cambiamento?

Reblog this post [with Zemanta]
  • Share/Bookmark

This website uses IntenseDebate comments, but they are not currently loaded because either your browser doesn't support JavaScript, or they didn't load fast enough.

Leave a Comment

You can use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Previous post:

Next post: